I/O
Polytone

bronto 008 - co-released 03/2007 with fratto9 under the sky records
8 tracks - 45'43'' - CD jewel box [500 copies]
distributed by jazztoday

[ENG] “Polytone” is the second album of the band, released after three years from the debut one, which has been originally released by Ebria Records and already sold out.
If the first cd was a snapshot of the birth of the band (formed in 2002), being composed by the recordings of the former rehearsals of the band, this second album represents the band after two years (the recordings are from December 2005) of improvisation and after several live shows. The band has played with different artist like Liars, Ovo, Anatrofobia, Damo Suzuki, Giuseppe Ielasi, Rosolina Mar and many others.
I/O defined itself as “Minimalistic Rhythmic Improvisation” and “Poytone” is characterized by a focus on the rhythmic aspects of the songs (referring in particular to the idea of “pulse” meant in the minimalistic way), which are built and de-constructed in the 8 tracks of the cd.
The entire cd has been recorded live without overdubs, because there are not other ways to capture the improvisation without a scheme's mood. That's the reason why no editing has been done.
[ITA]
“Polytone” è il secondo disco del gruppo, uscito a circa 3 anni di distanza dal disco di esordio omonimo, uscito per l'etichetta Ebria records e attualmente esaurito.
Se il primo disco era un'istantanea sulla nascita del gruppo (formatosi nel 2002), essendo composto da registrazioni prese nel corso delle prime prove, questo secondo lavoro fotografa I/O dopo circa 2 anni (le registrazioni risalgono al dicembre 2005) di improvvisazioni e dopo diversi live, durante i quali il gruppo ha condiviso il palco con numerosi artisti (Liars, Ovo, Anatrofobia Zu, Damo Suzuki, Giuseppe Ielasi, Rosolina Mar ecc. ecc.).
I/O si definisce “Improvvisazione ritmica minimalistica” e il disco “Polytone” è caratterizzato da una maggiore attenzione agli aspetti ritmici (facendo riferimento in particolare al concetto di “pulsazione” caro ai minimalisti), i quali vengono costruiti e de-costruiti negli 8 brani che formano il cd.
L'intero cd è stato registrato in presa diretta, in quanto in nessun altro modo è possibile catturare l'essenza del suono generato da improvvisazioni senza uno schema prestabilito, ma che nascono intorno ad un concetto ben preciso. Per lo stesso motivo non sono state effettuate sovra-incisioni e non è stato fatto nessun lavoro di editing.

Paolo Benzoni : drums
Luca Mauri : guitar
Andrea Reali : voice
Paolo Romano : doublebass

Recorded december 2005 by Paolo Censi at New Art Studio in Uboldo (VA) Italy
Mixed 2006 by I/O at Ebria Studios in Mariano Comense (CO) Italy
Mastering by Giuseppe Ielasi

SONGS

8 tracks untitled
mp3 of the track #1
mp3 of the track #5

REVIEWS

THE WIRE - magazine (U.K.)
by Nick Southgate

Second album of "minimalistic rhythmic improvisation" from this Italian quartet. The results are reminiscent of Can, and it's no surprise that I/O have been one of Damo Suzuki's pick-up collaborators on his neverending world tour. On these recordings, Andrea Reali's vocals are guttural, mysterious and pre-linguistic, while Luca Mauri's guitar is cruel, angular and severe. The first track has wah-slash guitar and muttered, drawling vocals, while things get sluggish and sinister on the third track with binary notes alternating like pistons on a steam press. The concluding track sounds like feral cats fighting while the empties are turned out in a dark alley.

BLOW-UP - magazine (ita)
by Dionisio Capuano

Gli I/O vanno a candidarsi come band di riferimento d'un art- no-funk italiano, un sincresi che muta la genetica strutturale dell'armonia-ritmo rock. Dopo l'eccettente esordio impro-strutturato, con "Polytone" Luca Mauri, Paolo Romano, Paolo Benzoni e Andrea Reali formulano di nuovo il genoma dell'ibrido. Ritroviamo, stavolta, speziature di wave politica di Gang of Four (#6), funk spigoloso-stilizzato (sia della stagione no new york, che di recenti suoni semi-colti), un sentore struttural-minimalista. Loro si definiscono "improvvisazione ritmico minimalistica", dando ragione della spina dorsale del suono ma restando reticenti su tutto il resto. La muscolatura è acustica (anche la chitarra, piu che elettrica, e elettrificata), con qualche effettino (moderato) alla voce, che resta gutturale, molto di trachea, soffocata di saliva, seppur non primitiva come nel disco d'esordio. La line up esalta le varianze di timbro negli strumenti e di cadenza nei tempi. Spiccano l'art-dance paraboscimana guidata da un vibrato metalloide di chitarra (#3) e certe tensioni dark tribali (#8). Insieme a Vonneuman e Comfort segnano strade (differenti e divergenti) che (pure) s'intersecano nel punto detl'intelligenza emotiva. (7/8/10)

ROCKERILLA - magazine (ita)
by MIchele Casella

La definizione che gli I/O hanno scelto per descrivere la loro musica calza a pennello: "Improvvisazione ritmica minimalista". Verrebbe voglia di non aggiungere null'altro se non fosse chiaro che, nella sua pregnanza, queste tre parole non riescono a racchiudere l'urgenza espressiva e la radicalità obliqua di questa proposta sonora. Otto tracce piene di elettricità e ferro sfregato, un andamento claudicante ma determinato, un rapido succedersi di immagini e disturbi. Questo (e molto di più) è il mondo degli I/O, fatto di brani registrato rigorosamente in presa diretta, intermittenze insistenti e voci graffiate. Valorosi epigoni dei Sinistri e di tanta sperimentazione americana, questi quattro ragazzi meritano un'attenzione particolare soprattutto dagli addetti ai lavori. (8/10)

RUMORE - magazine (ita)
by Daniele Ferriero

Tra le innumerevoli proposte di interesse assoluto della nostra penisola, è doveroso citare I/O. Trattasi di un quartetto anomalo, un laboratorio musicale itinerante dedito all'improvvisazione meditata e alla ricerca di tempi e ritmi/che diversi. Per sgombrare il campo dagli equivoci: sebbene a un ascolto frettoloso il lavoro possa riportare alla mente i Sinistri, con cui pressappoco condividono l'interesse per la pulsazione, le musiche nonmetriche e gli ordinati cambiamenti del minimalismo, è giusto sottolineare che il modus operandi e le idee che sottendono il tutto sono alquanto differenti. I/O, difatti, puntano sull'essenzialità della sezione ritmica (contrabbasso e batteria), sulla manipolazione diretta delle fonti sonore (vocestrumento e chitarra) e sullo sviluppo graduale di vere e proprie composizioni. Persi tra scorie impro funk, groove trasversale, destrutturazioni/fratture varie e lasciti mentali (free) jazz, gli I/O si confermano assoluti protagonisti della ricerca italiana. (7/10)

SANDS-ZINE - web-magazine
by Alfredo Rastelli

Attendevo con ansia il nuovo disco degli I/O, quasi li aspettavo al varco; primo perché il loro lavoro d’esordio mi era piaciuto moltissimo, secondo perché, già in quella occasione, avevo avvertito la sensazione che il quartetto avesse delle potenzialità non del tutto espresse e soprattutto, dalla loro, ampi margini di evoluzione. In particolare, mi auguravo che la band avrebbe poi continuato a sperimentare sulla ‘forma canzone’, nel tentativo di chiudere le improvvisazioni, che rimane irrimediabilmente alla base della loro musica, in una struttura più definita. Cosa che puntualmente è accaduto (con risultati ben al di là delle mie aspettative) nelle tracce che gli I/O hanno lasciato in seguito su alcune compilation (tra tutte il favoloso pezzo contenuto nella doppia “…a gift for °I°…”, omaggio ad Etero Genio). “Polytone” parte proprio da lì continuando sugli stessi sentieri di quel pezzo e cioè uno studio sulla ricerca ritmica in un contesto che resta quello dell’improvvisazione. Quella degli I/O di oggi è una musica la cui ossatura è costituita da un groove sostenuto dalla combinazione batteria/contrabbasso, attraversato da una chitarra tagliente e una voce scomposta, più che mai inserita alla perfezione nella trama strumentale. È una ricerca quasi ossessiva quella del ritmo, reiterato ma aperto, che si sviluppa tramite piccole e continue variazioni che portano a grandi cambiamenti. Decostruiscono il rock, il jazz elettrico, il funk, in maniera non dissimile da come fanno i Sinistri, senza però portare tutto alle estreme conseguenze, come magistralmente fa il gruppo di Manuel Giannini, ma costruendo e compattando il tutto in composizioni originali e definite. Notevolissimo.

ROLLING STONES - magazine (ita)
by Luca Ottolenghi

Premetto che questo non è esattamente il "genere" (con tutte le ambiguità e gli anacronismi di cui questo termine è sovraccarico) di musica che prediligo, ma merita certamente rispetto e attenzione, anche se forse accattiverà soltanto certi addetti ai lavori o gli orecchi piu temerari. Inoltre, avendo a che fare con questi quattro bravi ragazzi (da non intendere nella hollywoodiana accezione) milanesi, direi che non si può proprio parlare di "genere", nonostante loro si siano proclamati promulgatori di «improvvisazione ritmica minimalista>>, definizione quanto mai puntuale; giacchè in questo album di Otto tracce senza titolo, scevre di ogni ritocco e registrate in presa diretta sono shakerati abilmente free jazz, funk, post rock e fremiti d'elettronica (ma molto altro ancora), dosati con sapienza e rigore, direi centellinati. Basso e batteria conducono il gioco, la chitarra s'insinua qui e là con riff taglienti e sferzanti, con ansiose reiterazioni, e la voce di Andrea Reali s'intromette di rado, aleggia come un'ombra cupa, con "apparizioni" simili a rantoli gutturali e canti di sapore ascetico che velano il suono. Ciò che colpisce è il rigore della ricerca: lo scavo, l'incisione, il lavoro meticoloso sullo sviluppo del ritmo, quasi da intagliatori di noccioli di pesco. Ne risulta una musica di quarzo: grezza, fredda e limpida. Un disco che potrà farvi addormentare, oppure trasmettervi esaltazione. La seconda per il sottoscritto.

KATHODIK - web-magazine
by Sergio Eletto

Una metamorfosi che s’impossessa della forma, potremmo dire, ‘espositiva’, continuando a sorreggere, incorrotta e fervida, la base 'ideologia' degli I/O, l’humus principale – e primordiale – con cui si è propagato sin dagli esordi il progetto; il disegno di una concezione trasversale dell’improvvisazione e della propria esecuzione, co-diretta tra silenzi contemporanei, minimalismo secco e nuovo jazz. Qui, scoprendo l’essenza di ‘Polytone’, si aprono altri orizzonti e possibilità da immettere nella già vivente massa organica del quartetto.
’Improvvisazione ritmica minimalista’: decisa e lampante descrizione degli stessi musicisti su cui vale la pena di soffermarsi, auspicando maggior attenzione all’aspetto ritmico-percussivo che alla bisogna balza audacemente fuori, tingendo di un sofisticato clima movimentato, tutto il fascinoso peregrinare del cd.
Gli I/O donano ai loro brani una densità maggiore, un corpo più ricco che si contorce e danza, elaborando trame di funky deviato e rock minimale, spartano, ‘politicamente scorretto’. Sono dei precisi calcolatori del tempo, attentissimi nel dosarlo e nel generarlo, con perizia, non solo mediante l’uso di una strumentazione convenzionale ma, bensì, anche per opera di ispide e metalliche (s)pennate di chitarra, oppure tramite variegatissime inserzioni vocali: svincolate da ogni apparente filo logico conduttore, no-sense e anarchiche come un gemito gutturale di Phil Minton, o prossime a moderne esercitazioni spirituali d’ispirazione sciamanica.
Per niente cervellotica, l’avanguardia proposta dai quattro viaggia su binari di sciolta comunicazione; esplicita, diretta, facile preda di un vasto pubblico che sia pronto, anche solo per un istante, a considerare in modo diverso e originale quella che comunemente definiamo ‘forma-canzone’. (4.5/5)

SODAPOP - web-magazine
by Andrea Ferraris

Puzza di piccolo gioiello questo disco nuovo degli I/O, ma detto fuori dai denti, non credo che ci volesse molto a intuirlo quando, non paghi di un ottimo esordio, iniziarono a spostare il tiro. Il debutto di questi milanesi era ancora zozzo della placenta materna di Starfuckers e di Sinistr(i)aglie varie e poi sentii dei primi vagiti mezzi funk jazz e mi domandai che minchia stessero combinando... E' passato un po' di tempo, hanno iniziato a camminare sulle loro gambe storte e a quanto pare non è che si siano posti molto il problema se entrare nel regno degli uomini eretti o no, ma semplicemente hanno iniziato a camminare come potevano/volevano (ora se volere è potere resta un problema di chi vuol proseguire e del caro Friedrich Wilhelm). Prima che uscisse questo disco gli I/O li ho visti dal vivo e lì mi ero accorto che erano molto meno frammentati di un tempo, che la voce non era il loro punto debole come credevo sul primo disco, ma che invece macinava gioco su molte fasce del campo mentre tutti erano occupati a guardare i centravanti. La batteria è più che mai negroide, tanto che Hamid Drake potrebbe anche dare l'ok, anche il contrabbasso riporta ancora qualche scoria jazz e nel primo pezzo, oltre alla forma, dà così tanto cuore da aprire l'ascolto (tutt’ora l’hit single del disco). Mentre la sezione ritmica gioca ad incastro ed a spostare le mattonelle del pavimento, la chitarra più che post-funk (e quanto funk c'è in questo disco) suona post-punk, anzi, no-wave, ma le cose non si escludono, anzi, rimandano alle distorsioni cerebrali di James Chance e di tutta una generazione di sciamannati senza ritegno. Purtroppo quel riferirsi a ritmi e riff imperterritamente continui/seriali non mette in luce tutta una parte "astratta", e una tensione "quasi ambiental-freakketona" (è pur sempre uscito anche su Fratto9 oltre che su Ebria) del disco che in episodi come il settimo narcotizza senza pietà. A differenza dell'esordio dove il disco rientrava nella categoria dei dischi fighi ma di cui si fatica ad andare al riascolto Polytone è perfettamente integrato nella fascia del "quasi ascoltabile/fruibile", dove quasi si "rischia" di essere "ascoltabili". Spento?... acceso?... acceso, acceso... decisamente acceso.

ROCKIT - web-magazine
by Claudia Selmi

Otto tracce senza nome registrate in presa diretta, senza lavori di sovraincisione ed editing. Unico modo secondo I/O per fissare l'essenza di improvvisazioni senza schemi prestabiliti. Batteria chitarra voce e contrabbasso. Partono dalla destrutturazione per costruire "Polytone". Un impianto libero, marginato solo dalla ricerca della pulsazione. Argomentazioni strumentali che sono indagini minimaliste. Esperimenti raffinati di suoni classici e jazz. Musica d'avanguardia assolta da ruoli di responsabilità.
Come noise mutilato e riversato a cubetti, come preludi e finali messi in fila senza un'apertura melodica, senza ritorni e ritornelli. Schioccano gli strumenti, in una marea che porta e deporta brandelli di forma e corpi senza soluzione di fisica. La tensione delle oscillazioni del contrabbasso e le sferzate ferrose e fangose della chitarra.
Trattieni la voce e il respiro e fai uscire il suono che rimane.
Classici alla Ovo ma polisensoriali e visionari come Dj Olive (tenendo conto che I/O non usano samples, si dimostrano abili nella creazione di una pasta evocativa a mò di elettronica ma interamente suonata). E, più indietro nel tempo, ci si può leggere qualche divagazione free alla Can ("Mushroom", per intenderci).
Esperienze live sul palco che li hanno segnati con Liars, Ovo, Anatrofobia, Zu, Damo Suzuki, etc. e il parto del loro secondo cd. Che è dicotomico almeno quanto il loro nome, e che può risultare noioso o entusiasmante a seconda di quanto si riesca a scendere nei suoi abissi. In arrivo meritate gratificazioni per il coraggio di I/O.

ULTRASONICA.IT - web-magazine
by JackieLow

Secondo album e maturità di scrittura più che convincente per il quartetto free I/O, che vede Luca Mauri (chitarra), Paolo Benzoni (batteria), Paolo Romano (contrabbasso) e Andrea Reali (voce) maneggiare con elegante scioltezza una materia sonora che appoggia sull’improvvisazione organica, su un minimalismo dal rigore fermo e compiuto, fino a scivolare consapevolmente nei territori aspri del post rock rumoroso. Rispetto alla registrazione di debutto, “Polytone” marca l’accento sulle strutture ritmiche, disegnando figure asimmetriche e interessanti. C’è voglia di mutare forme, di cambiare traiettorie, di imprimere una personalità distinta – e marcatamente italica – agli spettri davisiani ed alle progressioni che immediatamente portano in testa le spirali dei Can. Una voglia che si trasmette da subito, già dalla volontà di registrare in presa diretta liberi da overdub e sovrastrutture: la prima traccia sciorina la concezione ritmica di Benzoni, quadrata eppure inaspettata, su cui contrabbasso e chitarra elaborano un piglio armonico ipnotico, evolvendosi dal silenzio al rumore con quella gradualità che indica padronanza della pasta sonora trattata. Gli echi bebop conservano un alone sulfureo, portando con se voci distanti e asimmetrie percussive care ai discepoli di certo minimalismo ritmico, eppure il suono si trasforma ancora. La terza traccia lascia che siano i rimbalzi a creare un groove che profuma di Neu, prima di infrangersi sugli scogli di un rumorismo elegante e cerebrale. Poi sono clangori metallici, derive di valvole surriscaldate, e ancora intrusioni dove il ritmo batte il tempo eppure è difficile riconoscerlo. Una voce mai invasiva diventa lo strumento attorno al quale costruire le puntellature della quinta traccia, dove il suono si fa gradualmente corale, poi, senza che ce ne accorgiamo, patterns scarnificati dal sapore latino cominciano a sorreggere il caos controllato. Fino a sfociare nella ritualità contemporanea della settima traccia, e nella colata di corde effettate che portano al climax la conclusione del lavoro.
Un album che è bello da sentire, vedere e rivedere dal vivo, e che suggerisce una incoraggiante serie di aspettative per i prossimi lavori della formazione. Una piccola e convincente perla della contemporaneità nostrana. (4/5)

MUSIC ON TNT - web-magazine
by Loris Gualdi

I/O è input/output, on/off, vuoto/pieno, 1/0, in/out, bianco/nero, io, entra/esci, +/-. Cosi si presenta il quartetto di musicisti che si nasconde dietro la sigla I/O e così si può leggere nell’inlay del cd “Polytone”, che al medesimo tempo esprime una sorta di pura ed armonica dicotomia e un’incessante ricerca di complementarietà tra due parti. Questa biforcazione della realtà, sembra verificarsi nel brillante tentativo di cucire assieme l’eterno acustico respiro e la sinteticità delle chitarre elettriche, alle quali si unisce la voce di Reali, capace di “suonare” le sue corde vocali come un violino svisato.
Avrete capito, oh voi amanti del minimalismo improvvisato, che I/O è tornato, dopo tre anni di attesa. Il nuovo album, questa volta, vede la preziosa collaborazione tra Ebria Records e Fratto9under the sky records, che si sono adoperate nella realizzazione di un full lenght eclettico, voluto a seguito della felice intuizione di registrare in presa diretta l’opera, senza aggiunte di sovra-incisioni o di editing nella fase di post-produzione. Infatti, forti dell’esperienza live al fianco di personaggi come OvO, Uncode duello e Liars, gli I/O hanno permesso alla loro nuova creatura di vivere della sua genuinità e della sua rozzezza, all’interno di una naturale ampolla di destrutturata improvvisazione. In “Polytone” il concetto derivato dal free-jazz, si estende alla crudezza del minimalismo, che oggi più che in passato si concede licenze di ritmica, come esemplifica la traccia introduttiva, senza però risultare infedele al dogma da cui la sua natura nasce.
Le tracce presenti nel cd non hanno la necessità di essere battezzate con un titolo, proprio come è accaduto in “()” dei Sigur Ros. In entrambi i casi, si può tranquillamente parlare di sonorità che potrebbero appartenere ad un’unica suite musicale, visto il flebile limite tanto nebuloso, quanto le fotografie all’interno del piccolo booklet. Questo nuovo prodotto, distribuito dalla Jazz Today, riesce a sviluppare un particolare e unico immaginifico, che reputare coraggioso, risulterebbe stucchevole, a meno che voi non consideriate opere come Manderlay, Festen e L’age d’or come tali.

ONDAROCK - web-magazine
by Michele Saran

Il progetto I/O vede Andrea Reali (voce), Luca Mauri (chitarra), Paolo Romano (contrabbasso) e Paolo Benzoni (batteria) alle prese con una sorta di “improvvisazione ritmica minimalista”. In questa definizione, data dagli stessi musicisti, sta il succo dello stile della band. Già dal primo album omonimo (Ebria, 2003) è ben riscontrabile l’attitudine alla forma libera, all’improvvisazione (a metà tra quartetto da camera e post-rock anticonvenzionale) per sottili sovrapposizioni soniche e sistematiche rielaborazioni ritmico-armoniche (dai pattern cerebrali dei Can, ai conguagli elettroacustici e minimalisti, alle scomposizioni canterburyiane e davisiane).
Così dicasi per “Polytone”, loro secondo disco ufficiale, in cui il loro puntiglio ritmico si serve a dismisura - oltre al consueto ampio spettro di tempi complessi - di ostinato, sincopi e controtempi. Nella quarta traccia sono presenti un basso alla “Bitches Brew”, una trama di batteria minimale e sciami d’ectoplasmi cacofonici di chitarra: oltre a esporre microvariazioni di tempo, il tutto si condensa progressivamente in una sorta di tango altero, fino a diventare un curioso muro di suono che piacerebbe agli Starfuckers di “Sinistri”. Analogamente, nella traccia conclusiva, la figura argentina di basso dà luogo a una danza macabra a base di batteria e chitarra angolosa, e a una sorta di trasfigurazione finale collettiva (quasi industrial-noise).
Il settimo brano è accompagnato da una mareggiata ambientale in sordina pregna di rumori voodoo in lontananza, dalla quale emergono concertazioni lounge e coralità gregoriane sfumate. Il pezzo iniziale, il più complesso e programmatico, si affida alla pulsazione della chitarra in qualità di nucleo germinale per giochi di libera associazione ritmica (dapprima motorik alla Neu!, poi groove free-form con voce gorgheggiante alla Wyatt, distorsioni e contrappunto dissonante del contrabbasso), micro-variazioni armoniche per basso e chitarra esplosa. Via via, si passa alle stasi dell’amplificatore, ai riff hardcore declassati ad allarmi industriali, al gracidare afono (e demoniaco) della voce filtrata e ai controtempi estremi della traccia 3, al fruscio gorgogliante-ambientale e alla batteria zoppicante (Bertacchini docet) della quinta traccia, fino alla movimentazione dinamica di jam post-bop della sesta e ai singulti, alle scale nevrotiche della seconda.
Opera che rileva rigore ascetico e costanza, e non rinuncia a figurazioni e a connotazioni inventive. Paradossalmente, alla faccia dello strombazzamento che ha accompagnato l’uscita dell’opera, funzionano gli efficaci svarioni sud-tropicali, i sulfurei tocchi satanici, le forme impossibili che si rimodellano a vicenda. Non la tracklist, troppo uguale a sé stessa, non le intenzioni colte, eccessivamente decantate con la presunzione dell’autonomia dell’ascolto.
La post-produzione è di Giuseppe Ielasi, la migliore ipotesi dell’attuale eredità di Berio, ma il disco è stato registrato in presa diretta. Aprono i Cul De Sac nel loro tour italiano di maggio 2007. Progetto parallelo: Two Dead Bodies (Reali e Mauri), con lo zampino della Bar La Muerte, raffinamento e ulteriore stilizzazione dei loro groove da ragioneria improvvisata.

ILMUCCHIOSELVAGGIO - magazine & web-magazine
by Fabrizio Zampighi

Negli anni, la Ebria Records ci ha abituati a rispettare musicisti che scelgono coscientemente la via della sperimentazione a tutto tondo come canale preferenziale. Un linguaggio che cresce e si sviluppa in contesti differenti - siano essi l'elettro-kraut degli Echran, la narrativa in note dei Nippon & The Symbol, l'avanguardia spigolosa di Uncode Duello o magari l'estremismo espressivo degli OvO - ma che in tutti i casi punta a generare una musica senza barriere né compromessi.
Nel roster della casa discografica lombarda rientra a pieno titolo anche il progetto I/O, già sugli scudi tre anni or sono con l'omonimo esordio discografico. Una formula minimale quanto intransigente, febbricitante e frenetica, chiamata in questa sede ad ampliare la visione d'insieme abbozzata in passato, nell'ottica di un rinnovamento poco incline ai cedimenti commerciali. Se il leit motiv del primo episodio era – parole della band – “i timbri e la rarefazione del suono”, in “Polytone” (pubblicato in collaborazione con la Fratto9 Under The Sky, l’etichetta degli Ultraviolet Makes Me Sick) il fulcro diventa la parte ritmica rapportata all'improvvisazione: parentesi estemporanee in cui il contrabbasso di Paolo Romano, la chitarra di Luca Mauri, la voce di Andrea Reali e il rullante di Paolo Benzoni creano free decontestualizzato, frammentazioni e cacofonie, trance ritmiche, ascese a perdifiato e sussulti tribali, pur rimanendo ancorati a un tessuto razionale invisibile quanto presente.

IL TIRRENO - newspaper
by Giulio Silotto

Si fa fatica a parlare puramente e semplicemente di rock per “Polytone”, secondo disco firmato I/O, ensemble che si muove in territori talmente contaminati che si potrebbe senza problemi prescindere dalla necessità di una catalogazione. Ovvio che non è solo il background dei singoli musicisti a contare in questi casi, ma anche le loro prospettive: si parte da una miscela di funk-rock, free-jazz e musica contemporanea lungo il sentiero della pura improvvisazione - rifiutando peraltro qualsiasi forma di compromesso in forma di sovraincisione -, ma con un disegno preciso: generare un’instancabile pulsazione ritmica su cui imbastire ogni possibile sviluppo sonoro. Una pratica che, senza ripudiare le tipiche reiterazioni del rock’n’roll, rimanda soprattutto al minimalismo e che, per fare un nome affine, non può che ricordare le elucubrazioni dei toscani Sinistri. Qui ci si muove con piglio un tantino meno radicale, ma il risultato è assai intrigante: le otto tracce senza titolo che compongono il cd - realizzato dalle etichette Fratto9 Under The Sky (www.fratto9.com) ed Ebria (www.ebriarecords.com) - sanno infatti soddisfare anelito di ricerca e fruibilità in maniera più che convincente.

CHAIN D.L.K. - web-magazine
by Eugenio Maggi

Sophomore full-length for the Italian quartet formed by Luca Mauri (guitar), Paolo Romano (double bass), Paolo Benzoni (drums) and Andrea Reali (voice and electronics), recorded in December 2005 and mastered by renowned soundmaker Giuseppe Ielasi. As expected, I/O have maintained their minimalistic formula, both in the layout (this time it's mostly white) and in their sound, self-defined "minimalistic rhythmic improvisation". However, my impression is that this work is slightly more focused, "rockish" and "regular" than their debut, but I admit I haven't gone back to their self-titled cd lately. The semi-structured, controlled improvisation of the quartet still mashes shards of funk, jazz, art rock and vocal experimentation (Reali's voice must be counted as an instrument per se), sometimes sounding like a curious bridge between '70's and today's avant music. The lesson of Starfuckers ("Infinitive Session"-era)/Sinistri is still the best possible comparison, if coupled with more retro-sounding jazz rock (Universal Congress Of?). Tracks that have made yours truly shiver: n. 6, with funky lines and a double bass line running in circles; and n. 8, with its desertic guitar lines and tribal drumming. Still, I don't think that this work can come close to the pleasure of seeing them live, where their creative energy is truly released, but that's the deal with improvisation-based material. Should they manage to really let loose the beast, they would become a HUGE band.

NERDS ATTACK! MUSICAROMA UNDERGROUND - web-magazine
by Emanuele Tamagnini

Quattro anni dopo il debutto omonimo. Che veniva impresso in nero. Immerso nella parte frammentaria della concezione personale di musica. Il quartetto milanese riprende il discorso lasciato in quelle sette tracce: scomponendo, deframmentando, disgiungendo, smontando ogni singola nota per poi unirla ad altre nel frattempo frazionate. Una scissione d'improvvisazione. Un disco registrato per forza di cose in presa diretta che è figlio delle visioni ultra sensoriali dei Can quanto della libertà e della forma del free jazz più minimale. Ma nella vasta e complessa piantagione di ritmiche - alimentata oltre che da una voce spettrale e lancinante anche da contrabbasso, chitarra elettrica e batteria - si muovono seminascoste tracce di post punk ("Track 1") e di scarno funk primordiale. "Polytone" è l'epicentro del magma lavico di pulsazioni incontaminate che zampillano pure e stilisticamente perfette. La padronanza acquisita dai musicisti in un lustro di espressioni live consente all'album di coprire la distanza che passa tra un'algida rappresentazione strumentale ed un'ardente performance a cinque stelle. Il nero dissolto nel bianco. La notte nel giorno. Il suono nel ritmo. Questo è il segnale.

KOMAKINO - web-magazine

[ENG] I/O, from milan, italy, release this new album after two years since Their debut: 'No overdubs, no prepared samples' - clearly written on CD spartan notes, - all eight tracks been recorded live in studio, - as stated, - unique way to reproduce Band's feeling and attitude. I trust that, because the whole album production looks excellent, sounds are bright, smooth and strong. - I/O are masters of free improvvisation, without being random, They scarf syncopated and epileptical, through elegant jazz double-bass lines, funky guitar cuts, accurate professional drumming, analogic loops, and, last but not least, a tracking shot of vocalizes better meant as boiled foam, saliva, tantric vocal chords wisely stretched as playing an instrument. - Avant-gardism, art-nowave, - call it as You wish, - btw Polytone is food for modern Jazz affiliated and other People who need a soundtrack for Their own elucubrations.
[ITA] I/O, da milano, pubblicano questo nuovo album dopo oltre due anni dal debutto: 'Niente sovraincisioni o campioni audio preparati' è chiaramente scritto sulle note spartane del CD, - tutte e otto le tracce sono state registrate in presa diretta in studio, - come affermato, - unico modo per riprodurre/catturare il feeling ed attitudine della Band. - E dire che ci si può fidare, perchè l'intera produzione del disco sembra eccellente, i suoni sono luminosi, armoniosi e forti. Direi che gli I/O sono dei maestri dell'improvvisazione libera, senza cadere nel casuale, - si masturbano e strangolano sincopati ed epilettici, - attraverso linee jazz eleganti di contrabbasso, tagli di chitarra funky, percussioni accurate e professionali, loop analogici, e - ultimo ma non in importanza, una carrellata di vocalizzi meglio intesi come bava bollita, saliva, corde vocali tantriche saggiamente allungate come fossero un altro strumento musicale. - Avant-gardismo, art-nowave, chiamatela come volete, - cmq Polytone è cibo per affiliati del Jazz moderno e altra Gente che ha bisogno di una colonna sonora per le proprie elucubrazioni.

KRONIC.IT - web-magazine
by Marco Delsoldato

Tre anni di distanza, un disco esaurito e voglia, tanta, di dare linfa ad un’improvvisazione pulsante e destrutturante.
“Polytone” è un disco volutamente tachicardico, incentrato su un approccio free intransigente nel rinnegare orpelli o aggiunte di qualsivoglia tipo. Minimalismo era e minimalismo è, eppure la sostanza appare più accentuata e legata da una stretta inesorabile al concetto di libertà propositiva. Il tutto, infatti, è stato registrato in presa diretta, per evitare facili accomodamenti, certo, ma anche per entrare nel cuore della musica proposta, claustrofobica e non casuale (perché ricercata e figlia di un iter dettagliato), tuttavia sempre aperta ad implosioni indirizzate verso imprevisti sviluppi.
Una conferma destinata a lasciare spazio ad un futuro che potrebbe regalare maggiori soddisfazioni. Per amanti del genere, doveroso dirlo, ma anche per chi voglia sfuggire da certa contemporaneità.